Medici Senza Frontiere fornisce assistenza ai rifugiati che vivono nei campi sovraffollati in Tanzania.

La presenza di MSF nel Paese

  • Operiamo nel paese dal 1993.
  • Nel 2016 abbiamo effettuato 254.000 consultazioni ambulatoriali. 

Cosa facciamo 

Secondo le cifre delle Nazioni Unite, alla fine del 2016 la Tanzania ospitava circa 280.000 profughi, principalmente provenienti dal Burundi. A causa dei continui disordini nel Paese limitrofo, le persone continuavano ad attraversare il confine e prima di dicembre ne arrivavano più di 10.000 al mese. Questo ha esercitato ulteriore pressione sui campi già pieni e sovraccarichi, e le organizzazioni umanitarie che lavorano lì hanno fatto fatica a fornire rifugi adeguati, acqua e servizi sanitari. La sistemazione dei nuovi arrivati nei rifugi comunitari sovraffollati e antigienici ha peggiorato la diffusione di malattie, in particolare malaria, diarrea e infezioni del tratto respiratorio. 
Per soddisfare l'aumento della richiesta di assistenza, MSF ha ampliato i suoi servizi nei tre campi: Nyarugusu, Nduta e Mtendeli. Ciò ha incluso la ristrutturazione delle strutture esistenti a Nyarugusu e Nduta per rispondere al numero enorme di pazienti affetti da malaria. Nel campo di Mtendeli, MSF ha fornito circa 428.000 litri di acqua al giorno e sorveglianza sanitaria alla comunità fino a settembre 2016, quando entrambe queste attività sono state trasferite.
Nel mese di settembre 2016, a seguito di un grave terremoto vicino alla città settentrionale di Bukoba, MSF ha donato forniture mediche di emergenza per aiutare l'ospedale locale a curare i feriti.
 
Campo rifugiati di Nyarugusu    
MSF ha continuato a sostenere il centro di alimentazione intensiva presso l'ospedale del campo, curando 175 pazienti prima di consegnarlo alla Croce Rossa della Tanzania a marzo. Sono state eliminate anche le cliniche mobili di MSF, che effettuavano visite ambulatoriali e programmi di nutrizione. Tuttavia, tre cliniche mobili mirate specificamente a ridurre l'infezione e la mortalità causate dalla malaria erano ancora utilizzate. Inoltre, sono state istituite un'unità di stabilizzazione da 40 letti e una banca del sangue. Nel 2016, MSF ha effettuato 64.450 visite ambulatoriali, di cui 46.380 per la malaria, e distribuito 65.000 zanzariere. Le équipe hanno effettuato anche 24.550 consulti di salute mentale e sostenuto attività idriche e sanitarie, distribuendo complessivamente 65,7 milioni di litri di acqua entro dicembre. 
 
Campo rifugiati di Nduta
MSF è il principale fornitore di servizi sanitari nel campo di Nduta e l'unica organizzazione che offre una gamma completa di servizi medici, tra cui assistenza sanitaria riproduttiva, terapia per la malnutrizione e assistenza alle vittime di violenza sessuale. Nel 2016, l'équipe ha ristrutturato e ampliato l'ospedale da 120 posti letto e gestito cinque centri sanitari, effettuando esami clinici, vaccinazioni e trasferimenti e offrendo assistenza per la salute mentale. Nel corso dell'anno, il personale ha effettuato 186.345 visite ambulatoriali, assistito oltre 3.000 parti e trattato quasi 44.260 persone per la malaria. Inoltre, le équipe hanno condotto attività di promozione della salute e attività idrica e igienica nel campo, distribuendo 41.973 zanzariere e 70,4 milioni di litri di acqua tra gennaio e ottobre 2016
 

 

 

La mappa dei nostri interventi 

Le storie dei pazienti 

Ramadhani Lubunga, 26 anni, rifugiato burundese
 
“Vivo a Nyarugusu da sei mesi ma ho passato gran parte della mia vita da rifugiato: sono cresciuto in un altro campo in Tanzania dopo che i miei genitori e io siamo stati costretti a fuggire dal nostro Paese. Trovo ancora difficili le condizioni qui; è una lotta ottenere cibo e acqua sufficienti e vivere in una tenda ti logora. Mi è stata appena diagnosticata la malaria e non riesco a smettere di tremare e rabbrividire. Ho mal di testa e nausea e sento molto freddo. Sono anche preoccupato per mia moglie. È incinta di quattro mesi, ma ha dolori allo stomaco e ora è nell'ospedale del campo. Sono spaventato di ciò che potrebbe succedere al nostro bambino. I rifugiati non hanno mai una buona vita, ma è meglio che vivere nella paura a casa. Non posso e non voglio tornare a casa. Rimarrò in questo campo fino alla morte”.